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lo concedessero, e se non fosse già nota l'istoria sua per opera di alcuni egregi, che ne fecero studi lunghi e speciali.

Dal Lamento del Crociato, del secolo XIII, primo monumento letterario del vernacolo nostro, alle rime del Buratti e del Nalin, la poesia veneziana ebbe momenti di fioritura vigorosa e gentile quale pochi altri dialetti di nostra razza.

Le rime, ad esempio, del Calmo e dell'arcivescovo di Corfù, Maffio Venier, patrizio e poeta degnissimo, nel '500; quelle del Lamberti, del Gritti, del Mazzolà, del Pastò, nel secolo scorso; quelle del Buratti, del Coletti, del Pagello, nella prima metà del nostro, attestano e provano quanta ricchezza di eloquio, quanta efficacia di motti, quanta arguzia sottile, e festività e malinconia e dolcezza e passione sia in questo dialetto delle lagune, il quale può, agile e brioso, servire alle canzonette del Lamberti e ai ditirambi del Pastò, e, forte e solenne, alle orazioni del Sagredo e del Foscarini.

Nell'arte della poesia il dialetto è fonte e scuola di verità. La esatta e immediata osservazione del vero trova, meglio agevolmente che in lingua, la turale e precisa e più adatta espressione, onde più vivo e sincero il colorito, più efficace la rappresentazione, maggior chiarezza nella forma

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