Trieste vernacola/I. Lorenzo Miniussi

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Trieste vernacola, Antologia della poesia dialettale triestina, a cura de Giulio Piazza, Milano, Casa Editrice Risorgimento R. Caddeo & C., 1920

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Il dottor Lorenzo Miniussi, triestino, nato nel 1772, morto il 6 di luglio del 1839, sarebbe stato, a quanto mi risulta, fra i primi che a Trieste poetassero in dialetto. Ma anche la sua parlata, come quella di altri vecchi triestini, è piuttosto venezianeggiante. Egli scrisse in quello scartafaccio ingiallito, conservato nell'Archivio della Società di «Minerva» di Trieste, del quale parla Giuseppe Caprin nel suo prezioso volume I nostri nonni.

«Tutte le sere — scrive il Caprin — quel nobile manipolo di assidui intelletti si esercitava nel comporre improvviso, e ingrossava l'albo di schizzi rimati, di strofe bizzarre, che diventarono incentivo a una gara durata molti anni.»

Ed è lo stesso Caprin che sul Miniussi fornisce questi dati:

«Nacque in Trieste nel 1772; ottenne la laurea nel 1802 per la facoltà legale e canonica; si dedicò quindi all'avvocatura. Nel 1808 venne nominato notaro; nel 1818 consigliere di Governo; quindi nel 1831 preside del Magistrato di Trieste. Era uomo colto e di molto spirito.» [p. 2 modifica]

Quando Don Giuseppe Mainati, che si esercitava a plasmare in cera, regalò alla «Minerva» il busto di una macchietta triestina di quell'epoca, conosciuta col nomignolo di «Bortolo Mato,», Lorenzo Miniussi scrisse sul quaderno della Società letteraria il seguente sonetto:


Vardèlo là, vardèlo, mo che belo!
Caro colù! ch'el parli proprio el par;
Con quei oci incantai, con quel capelo
Per le strade lo vedo caminar.

Lo vedo nele recie i dèi ficar,
E per becar un toco de vedèlo,
El Deus in adjutorium intonar,
Come i fa in chiesa, là soto el castelo.

Don Giuseppe mio caro, de Trieste
In cera se volè far ogni mato,
Cera ve mancherà, ma no le teste!

Mi za per mi el proponimento ò fato
De schivarve come un che ga la peste
Per paura che fè anca el mio ritrato.


A questo sonetto si aggiunge quello Sul caligo de sti zorni; e sono questi due i soli componimenti in vernacolo, del Miniussi, che ci siano stati tramandati.

Come già notammo, il dialetto, in entrambi, è quasi veneziano. Il loro valore è, più che altro, di curiosità storica. Pare siano stati scritti fra il 1812 e il 1813 e sono quasi sconosciuti ai più. [p. 3 modifica]Ecco dunque:


SUL CALIGO DE STI ZORNI.


Co sto tempo chi vol fazza soneti,
Che mi dasseno1 farghene no posso,
Se xe un caligo2 cussì fisso e grosso
4De poderlo taiar e far paneti.

L'è nemigo zurado dei poeti
E el ve se peta con tal forza adosso,3
Che el cervelo el ve fa stupido e flosso4
8Incapace de far gnanca conceti.

Cossa mai xe el caligo de Guiana
In confronto de questo, e cossa mai
11Xe fina el caligazzo de Lubiana?

Tal caligo, per Dio, gnanca lo trovo
In quei libroni che xe comentai
14El Testamento vecio con el niovo.5



Note
  1. dasseno, davvero.
  2. caligo, nebbia.
  3. el ve se peta con tal forza adosso, vi si caccia addosso con tal forza.
  4. flosso, floscio.
  5. niovo, per nuovo è pretto veneziano. Il triestino dice novo.
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